Medico che valuta il referto dello stato ossidativo prima del trattamento di ozonoterapia endovenosa GAET

Stato ossidativo e ozonoterapia: perché misurarlo prima della dose

Lo stato ossidativo è la condizione in cui si trova il nostro corpo, di equilibrio tra le molecole che ossidano le cellule dell’organismo — i cosiddetti radicali liberi — e i sistemi che l’organismo utilizza per neutralizzarle, ovvero le difese antiossidanti. Quando questo equilibrio si sposta troppo dal lato dei radicali liberi si parla di stress ossidativo, una condizione correlata in moltissimi processi, dall’invecchiamento dei tessuti alle malattie infiammatorie croniche.

Nell’ambito dell’ozonoterapia questo equilibrio è il parametro su cui si fonda la scelta della dose durante la prima visita. Misurare lo stato ossidativo di un paziente prima di iniziare un trattamento, e misurarlo nuovamente nel corso del ciclo, permette di trasformare l’ozonoterapia da terapia somministrata alla cieca, o “a quantità standard”, a terapia calibrata sulla persona. In questo articolo vedremo come si misura concretamente, come si svolge l’esame e perché il risultato cambia il modo in cui viene impostato il ciclo di ozonoterapia endovenosa
Analizzatore FREE DUO per il test dello stato ossidativo con d-ROMs e BAP
L’analizzatore con cui si esegue il pannello combinato d-ROMs e BAP test direttamente in ambulatorio

Un po’ di storia

L’idea che l’ossigeno, oltre ad essere indispensabile alla vita, possa anche danneggiare l’organismo, è relativamente recente. Fino alla metà del Novecento i radicali liberi erano considerati una curiosità della chimica di laboratorio, non un fattore biologico.
La svolta arriva nel 1956, quando Denham Harman formula la “teoria dei radicali liberi dell’invecchiamento”, proponendo che l’accumulo di danno ossidativo nel tempo fosse uno dei motori dell’invecchiamento cellulare.
Da quell’intuizione nasce, nei decenni successivi, una disciplina che studia in modo sistematico l’equilibrio fra ossidazione e difese antiossidanti. Per molto tempo, però, misurare lo stress ossidativo nella pratica clinica quotidiana è rimasto complicato: servivano laboratori specializzati e tempi lunghi. La diffusione di strumenti analitici da ambulatorio, portatili, in grado di restituire un risultato in pochi minuti su una piccola quantità di sangue, ha cambiato lo scenario. È questa la tecnologia che oggi rende possibile misurare lo stato ossidativo direttamente durante la seduta, e usarlo come bussola per la terapia.

Cosa si misura: due numeri, non uno

La valutazione dello stato ossidativo, per essere utile, non può limitarsi a un singolo valore. Servono due informazioni distinte, perché descrivono due cose diverse.
Da un lato si misura la quantità di radicali liberi effettivamente presente nel sangue in quel momento: è il dato dello stress ossidativo attuale. È la fotografia di quanto, oggi, l’organismo è sottoposto a un carico ossidativo.
Dall’altro lato si misura il potere antiossidante biologico: la capacità che quel paziente ha di tamponare e neutralizzare i radicali liberi. È la misura della “riserva” difensiva. Due persone con lo stesso livello di radicali liberi possono trovarsi in situazioni cliniche molto diverse a seconda di quanto sono in grado di contrastarli.
Per ottenere entrambi i dati nello stesso prelievo eseguiamo un pannello combinato di due test:
– il test d-ROMs (dall’inglese Diacron-Reactive Oxygen Metabolites), che quantifica i metaboliti reattivi dell’ossigeno, ovvero il carico ossidativo presente. Tecnicamente, il test misura per via colorimetrica gli idroperossidi — le molecole di lipidi, proteine e acidi nucleici che sono già state ossidate dai radicali liberi;
– il BAP test (Biological Antioxidant Potential), che quantifica il potere antiossidante biologico, cioè la capacità di risposta dell’organismo, valutando la capacità del sangue di ridurre il ferro da una forma all’altra.
I due test vengono eseguiti contemporaneamente sullo stesso campione di sangue: il d-ROMs e il BAP test sono nati proprio per misurare insieme, sullo stesso campione e con la stessa apparecchiatura, sia i livelli di radicali liberi sia la capacità antiossidante. È la lettura incrociata dei due valori a fornire il quadro completo dello stato redox dell’organismo. E, come vedremo, è soprattutto il secondo dato a guidare il medico nella scelta del dosaggio per il trattamento di ozonoterapia endovenosa.
Referto del test dello stato ossidativo con valori d-ROMs e BAP
Il referto del pannello combinato: in alto in giallo il carico ossidativo (d-ROM), in basso in verde il potere antiossidante (BAP)

Come si svolge la valutazione dello stato ossidativo

L’esame non aggiunge nessun fastidio rispetto alla seduta di ozonoterapia. Non c’è un prelievo separato, non c’è un secondo appuntamento, non c’è un secondo ago.
Il prelievo del campione viene eseguito utilizzando la stessa agocannula che serve poi per l’autoemoterapia, cioè per il trattamento di ozonoterapia per via endovenosa. In pratica, con un’unica puntura si ottiene sia il campione per l’esame sia l’accesso venoso per la terapia.
Il prelievo vero e proprio dura circa due minuti, e per procedere all’analisi basta una quantità minima di sangue.
Il campione, una volta raccolto, viene processato in ambulatorio da personale sanitario dedicato e formato per questa procedura. Il tempo necessario per ottenere il risultato è di circa un quarto d’ora. Mentre l’esame viene elaborato, il paziente può già iniziare la seduta con il prelievo di sangue. Quando il risultato è pronto il prelievo è appena terminato e il medico lo ha sotto gli occhi nel momento esatto in cui deve decidere quanto ozono somministrare ed inserire nella sacca di sangue.
Prelievo di sangue con agocannula per il test dello stato ossidativo durante una seduta di ozonoterapia
Un’unica puntura: la stessa agocannula serve per l’esame e per l’autoemoterapia
Per questo motivo l’esame non è particolarmente invasivo: si inserisce dentro un gesto clinico che va comunque fatto. Lo si esegue durante la seduta e, soprattutto, durante la prima visita, che è il momento più importante di tutti: è lì che si imposta l’intero quadro di gestione del paziente, ed è lì che conoscere lo stato ossidativo di partenza fa la differenza maggiore.

Perché il risultato cambia la dose di ozono

A che cosa serve, concretamente, conoscere questi due valori prima di iniziare?
L’ozono, somministrato per via endovenosa nell’autoemoterapia, non agisce come un farmaco che “aggiunge” qualcosa dall’esterno: agisce come uno stimolo. È una sollecitazione controllata che spinge l’organismo a rispondere, ad attivare i propri sistemi di adattamento e, in particolare, le proprie difese antiossidanti.
Questo meccanismo ha un nome — ormesi — e si regge su un principio: l’esposizione di un organismo a una piccola quantità di un agente, che sarebbe dannoso ad alte dosi, induce una risposta adattativa e benefica (Bocci et al., Frontiers in Chemistry, 2010, sull’ozono come molecola ormetica). Uno stimolo moderato attiva una via cellulare che a sua volta accende la produzione di numerosi enzimi antiossidanti. Uno stimolo eccessivo, al contrario, attiva la via opposta, quella dell’infiammazione e del danno tissutale. La differenza tra le due sta tutta nell’intensità dello stimolo.
Si può paragonare l’uso dell’ozono endovenoso all’allenamento fisico: un allenamento troppo intenso produce effetti inizialmente fastidiosi. L’ozonoterapia segue la stessa logica. E proprio per questo i protocolli più accreditati raccomandano la regola “start low, go slow”: partire da dosi basse e aumentarle gradualmente, perché la tolleranza dell’organismo si costruisce molto più facilmente con stimoli piccoli e ripetuti che con un’unica sollecitazione intensa.
Perché questo stimolo sia efficace e ben tollerato, dunque, deve essere proporzionato alla persona che lo riceve. Una dose troppo bassa rischia di non produrre lo stimolo sufficiente. Una dose troppo alta, somministrata a un paziente che ha già poche difese antiossidanti, rischia invece di sovraccaricare un sistema che non è in grado di reggere quel carico.
Ed è esattamente qui che entra in gioco il potere antiossidante biologico, il valore del BAP test. È su quel numero che calibriamo la quantità di ozono da somministrare nella seduta, ed in particolare la prima del ciclo di ozonoterapia. Un paziente con una buona riserva antiossidante può ricevere uno stimolo più deciso; un paziente la cui capacità di difesa risulta ridotta richiede una dose iniziale più prudente, da aumentare gradualmente man mano che — ciclo dopo ciclo — le sue difese si rinforzano.
In altre parole: l’esame trasforma la scelta della dose da una decisione basata su parametri generali a una decisione basata sul paziente reale che si ha di fronte. È la differenza tra una taglia unica e un abito su misura.
La lettura del referto: il valore del potere antiossidante guida la scelta della dose di ozono per quella seduta

 

Misurare prima per prevenire le reazioni eccessive

C’è un aspetto che merita di essere detto con chiarezza, perché tocca direttamente la sicurezza del paziente. Dopo una seduta di ozonoterapia è possibile avvertire un temporaneo peggioramento di alcuni sintomi: stanchezza, dolori diffusi, a volte cefalea. Non accade in modo particolarmente frequente, però se ciò avviene, non c’è da allarmarsi, perchè significa che si è proprio alla soglia della massima efficienza del sistema di stimolazione delle reazioni chimiche dell’organismo.
In alcuni pazienti, però — in particolare in chi convive con condizioni più delicate, come la fibromialgia — questa reazione può risultare più marcata. Prima di introdurre la valutazione dello stato ossidativo nella nostra pratica, abbiamo osservato casi in cui pazienti di questo tipo sviluppavano reazioni più consistenti del previsto.
La misurazione del potere antiossidante prima della seduta è proprio lo strumento che permette di prevenire questo scenario.
Conoscere in anticipo che un paziente ha difese ridotte significa poter scegliere una dose iniziale più cauta, evitando di sollecitare eccessivamente un organismo che non è ancora pronto a quel livello di stimolo. L’esame, in questo senso, non è solo uno strumento per ottimizzare i risultati: è anche uno strumento di sicurezza.

Misurare i livelli di ossidazione può prevenire il peggioramento dopo la seduta di ozono

Resta una domanda concreta che molti pazienti si pongono: cosa succede, nelle ore immediatamente successive a una seduta? È possibile talora avvertire un temporaneo peggioramento — stanchezza, dolori diffusi, a volte un lieve mal di testa — che compare circa dodici ore dopo e si risolve da solo entro un giorno. Significa che la stimolazione eseguita con ozono è proprio giusto  al limite dell’eccesso di stimolo, un po’ come un affaticamento muscolare pronunciato dopo un allenamento troppo intenso.
Proprio perché si tratta di un tema che merita di essere spiegato con calma — quanto dura, quali sintomi rientrano nella norma e quando invece è bene contattare il medico — gli abbiamo dedicato una pagina a parte: Peggioramento dopo l’ozonoterapia: perché succede e quanto dura. Qui ci limitiamo a sottolineare il punto che lega le due cose: la valutazione dello stato ossidativo prima del ciclo è anche lo strumento che permette di contenere queste reazioni, calibrando la dose sulla risposta reale di ogni paziente.

Lo stato ossidativo durante il ciclo di ozonoterapia

La valutazione dello stato ossidativo non è un esame “una tantum”. Eseguirla all’inizio del percorso fornisce il punto di partenza; ripeterla nel corso del ciclo permette di verificare come l’organismo del paziente sta rispondendo allo stimolo, consente al paziente di verificare il progressivo cambiamento delle reazioni chimiche nel suo corpo e sostanzialmente verificare l’efficacia del trattamento con una misura oggettiva.
L’obiettivo di un ciclo di ozonoterapia ben condotto è, in buona parte, proprio quello di migliorare l’equilibrio ossidativo: ridurre il carico di radicali liberi e, soprattutto, rinforzare le difese antiossidanti. La letteratura descrive proprio questo come l’effetto paradossale e centrale dell’ozono — una sostanza pro-ossidante usata per innescare, nel tempo, una robusta risposta antiossidante. Disporre di questa misura oggettiva a intervalli regolari consente di documentare questo andamento e di adattare progressivamente la dose, accompagnando il paziente verso uno stimolo più efficace man mano che la sua riserva antiossidante migliora.
Cosa ricordare
Lo stato ossidativo è l’equilibrio tra i radicali liberi che ossidano le cellule e le difese antiossidanti dell’organismo. Nell’ozonoterapia non è un dato accessorio: è il parametro su cui si calibra la dose.
L’esame che eseguiamo è un pannello combinato di due test, il d-ROMs (che misura il carico ossidativo presente) e il BAP test (che misura il potere antiossidante biologico). È quest’ultimo valore a guidare la quantità di ozono da somministrare.
Per il paziente l’esame non comporta fastidi aggiuntivi: il prelievo si fa con la stessa agocannula dell’autoemoterapia, in un’unica puntura, e il risultato è pronto in circa un quarto d’ora — in tempo perché il medico possa decidere la dose. Eseguirlo durante la prima visita è particolarmente utile, perché è in quel momento che si imposta l’intero percorso di cura.
Infine, misurare il potere antiossidante prima della seduta è anche una misura di sicurezza: permette di individuare in anticipo i pazienti più fragili e di scegliere per loro una dose iniziale più prudente.
Riferimenti bibliografici
– Harman D. *Aging: a theory based on free radical and radiation chemistry.* Journal of Gerontology, 1956 — riferimento storico della teoria dei radicali liberi dell’invecchiamento.